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Tenuta di Castellaro

2023-04-28

Rubrica di Alvice

Bianco Pomice. Nero Ossidiana. Due concetti, due immagini, due facce della medesima realtà, due elementi che circoscrivono un territorio, disegnano orizzonti, individuano la cultura e il volto delle Eolie, le Isole dolci del Dio, come le ha definite il poeta siciliano Vincenzo Consolo. Il bianco e il nero, due colori che raccontano la geografia di un luogo, bianco come le tipiche abitazioni cubiformi, fresche di calce immacolata, dalle caratteristiche “pulére” a sostegno delle logge e gli infissi di brillante azzurro turchese. Nero come le nude pareti rupestri che precipitano, ruvide e spigolose, nel blu zaffiro delle perigliose acque al largo delle coste messinesi.
Pomice e Ossidiana, due materiali di origine eruttiva presenti nell’isola di Lipari, la più estesa delle sette sorelle e principale nucleo abitativo, vigile custode di “Un grande archivio fatto di cocci di ceramica, di selci, di gironi d’inumazione e di urne cinerarie, di sarcofagi fittili, di crateri e di statue, di monili e di maschere” scrive ancora Consolo.
A Lipari l’estrazione della pietra pomice iniziò nel V sec. a.C. e rappresentò l’impresa commerciale tra le più importanti del Mediterraneo. Questa sostanza veniva utilizzata per l’abrasione di oggetti da pesca e, successivamente, trovò largo impiego nella cosmesi e nell’ambito dei detergenti. Tale iniziativa, che aveva caratterizzato un’epoca e stabilito una fonte di guadagno per gli isolani, entrò in declino nei primi anni ’50. Dopo la crisi del settore, in ricordo di quella redditizia attività, rimangono sinistri e scheletrici fantasmi di archeologia industriale e un mare di madreperlacea trasparenza.
Bisogna invece risalire alla preistoria per tracciare il percorso dell’ossidiana che costituì una preziosa risorsa per la popolazione che si affacciava sul bacino di Mare Nostrum. Questo vetro vulcanico che si trova in abbondante quantità sull’isola di Lipari, se spezzato, diventa un’arma affilata e resistente, per tale motivo, notevole fu la richiesta in paesi europei come la Francia e la Jugoslavia. Con la scoperta dei metalli, l’ossidiana cominciò a perdere il suo ruolo dominante e oggi viene venduta come souvenir oppure utilizzata in arte orafa.

Bianco Pomice e Nero Ossidiana sono anche due vini simbolo della Tenuta di Castellaro, azienda nata nel 2005 per volontà degli imprenditori bergamaschi Massimo Lentsch e Stefania Frattolillo che si lasciano conquistare dall’irresistibile fascino di Lipari e vi realizzano il loro angolo di paradiso.
E il Bianco Pomice non tradisce le aspettative, è un vino che rispecchia l’essenza del posto, risultato dell’insolito incontro tra due vitigni, la Malvasia e il Carricante. Dal primo eredita la consistenza aromatica, i sentori erbacei e dal secondo la mineralità e le note salmastre, il risultato ottenuto è di sobria eleganza e soave armonia.
Il Nero Ossidiana è un blend di Corinto Nero e Nero d’Avola. Gradazione rosso intenso e marcati riflessi violacei, il vino ha un ottimo corpo e altrettanta struttura. Al palato si avverte fragranza di ciliegia e spezie e un gusto decisamente salmastro, tannini raffinati e lunga persistenza minerale.
Entrambi i vini racchiudono la filosofia che Massimo e Stefania hanno voluto imprimere ai loro prodotti, la meraviglia come compagna inseparabile, la forza del mito e della tradizione come rassicurante faro, giocando sulla contrapposizione degli opposti, sullo scontro tra luce e ombra, caldo e freddo, umido e secco, in una eterna e vitale formula dialettica. Da queste parti il lógos, in quanto principio primo del divenire, si dispiega potente nei raggi incandescenti del sole, sferzante nelle raffiche di Ponente, travolgente nelle onde del Tirreno, docile nella brezza d’estate, morbido nei campi d’ambra di grano maturo, avvolgente nei toni sfumati del crepuscolo, inebriante nella zagara degli aranci, in un incessante e perenne andamento ciclico.

Immersa in una fitta e selvaggia vegetazione, Tenuta di Castellaro sorge in prossimità delle Cave di Caolino, formazioni rocciose multistrato e policrome dovute alle fumarole ancora attive, emerse circa 220.000 anni fa. I proprietari della Tenuta, mostrando sensibilità e senso di appartenenza, si sono fatti carico della bonifica e manutenzione del sito rendendolo fruibile ed accessibile ai visitatori.
Il parco geominerario prende il nome dal caolino, una pietra sedimentaria costituita da caolinite, tipologia di argilla molto tenera che può assumere varie sfumature che vanno dal bianco-grigio, all’arancione, al rossiccio in base all’ossido di ferro in essa contenuto.
Anche la cantina bioenergetica, a impatto zero, è stata pensata e progettata in simbiosi con il contesto e in termini di compatibilità con l’area di riferimento. Edificata su tre livelli, sala visite, zona vinificazione e barricaia.
Quest’ultima, ospitata nel grembo della terra, attraverso sofisticate e geniali soluzioni tecniche utilizzate già in Medio Oriente dagli antichi Persiani, quali i camini solari e la torre del vento, convogliano le risorse naturali nel sottosuolo, assicurando una refrigerazione costante e una temperatura controllata al fine di creare le condizioni migliori per l’affinamento della divina bevanda. Un’opera architettonica vernacolare concepita nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio circostante, rivolta alla riqualificazione del patrimonio senza tralasciare gli aspetti sociali ed economici del posto in cui è ubicata.

Le degustazioni, a Tenuta di Castellaro, sono un inno alla gioia e alla bellezza. Sul finire della primavera e per tutta l’estate, vengono organizzate su una terrazza che guarda a Occidente, all’astro infuocato che va spegnendosi, al misterioso e articolato mosaico dell’arcipelago, dimora del dio Eolo, culla di eroi e cantori, crocevia di temerari naviganti e arditi avventurieri, di indovini ciechi e candide vestali, passioni intense, energia vibrante, sospesi nel costante aprirsi al “qui e ora” che non conosce né alba né tramonto.

Alvice Cartelli
Alvice Cartelli

Donna dai molteplici interessi, si divide tra l’insegnamento e la lettura, la scrittura, la poesia, la pittura. Ama tantissimo la natura e non perde occasione per fare lunghe passeggiate immersa nel silenzio di un bosco o nel fascino di una spiaggia solitaria. Dal 2018 è autrice del blog “Guardo a Sud” dove, oltre alla bellezza della sua Sicilia, descrive luoghi, persone e situazioni accomunati dal rispetto per il Pianeta e la cura dell’ambiente. E’ un’appassionata wine lover e le visite in cantina rappresentano per lei veri viaggi di scoperta da cui trae spunto per costruire storie e originali racconti.

Continuate a leggere i racconti di Alvice sul suo blog

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