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Vini Barbera e Dimora Siqu

2022-11-24

La rubrica di Alvice

Menfi è un comune siciliano posto al confine tra le province di Agrigento e Trapani, nell’area più meridionale del Belice, gigante ferito che custodisce, nelle sue pieghe più profonde, un vasto scenario di arte, cultura e contraddizioni.
Menfi, è stata proclamata “Città Italiana del Vino” per il 2023 e l’occasione offrirà la possibilità di sanare, almeno parzialmente, le lacerazioni del territorio e partecipare a una serie di iniziative concertate con partner privati ed enti pubblici dalla taratura internazionale grazie all’apertura a paesi quali Cipro, Grecia, Croazia e Libano e alla collaborazione con Iter Vitis, Itinerario culturale europeo della vite e del vino, con sede a Sambuca di Sicilia dove, dall’11 al 14 maggio 2023, avrà luogo il Concorso Enologico Internazionale.
Dal settore del vino arriva, dunque, un appello accorato di mediazione e dialogo tra nazioni, una promessa di speranza e futuro di pace.

Nelle vicinanze del centro storico di Menfi, sorge un palazzo signorile, risalente alla fine dell’800, un gioiello di famiglia in cui una corale opera di restauro ha valorizzato e messo in evidenza elementi architettonici dell’epoca e che è stato, di recente, aperto al pubblico come struttura ricettiva, denominata “Dimora Siqu”.
L’edificio, nella sua intima e aristocratica bellezza, conserva misteri e segreti, silenzi che si aprono a disarmanti melodie, svolazzi di tende e trine preziose, mobili e oggetti sospesi tra l’antico e il moderno in un abile gioco di contrapposizioni. Minimalismo e purezza delle forme conducono il visitatore oltre la dimensione dell’apparire, al cuore e all’essenza del vivere.
E’ al rispetto del rito dell’accoglienza che Giusy Patti si affida quando riceve i suoi ospiti, prodiga di consigli e proposte per rendere il soggiorno un’esperienza indimenticabile.
L’ospitalità, seppure in forme diverse, è sempre stata considerata una virtù tra le più importanti.

L’Omotenashi è un’espressione giapponese che si riferisce all’atteggiamento di spontanea gentilezza nei confronti di un ospite. Nella terra del Sol Levante il concetto di ospitalità assume un significato di particolare rilevanza, le sue regole fondamentali risalgono al 16°sec. e furono elaborate da Sen no Rikyu, inventore del complesso cerimoniale del tè. Il maestro individua alcune norme base per affrontare il rapporto con l’ospite, come la ricerca dell’armonia, la cura, l’assenza di invadenza, la capacità di prevedere e intuirne le esigenze e i desideri.
Presso i greci l’ospitalità era un vincolo sacro e, poiché protetta da Zeus Xenios, quando uno straniero si presentava alla porta, il padrone di casa non poteva negargli l’accoglienza, pena l’incorrere nell’ira del Dio.

Lungo il solco della fortunata formula dell’home restaurant, nella Dimora Siqu, si celebra l’incontro tra cibo e vino, in un baluginio di pentole, stoviglie e sapori che la padrona di casa maneggia con la stessa destrezza di un esperto percussionista. In quest’occasione fa il suo ingresso in scena Marilena Barbera, la vignaiola indipendente, come si autodefinisce, che ha accompagnato Giusy dentro il riuscito percorso sensoriale e dentro un’alleanza tra donne sottesa, tacita, complice e, proprio per questo, inespugnabile.
Nel descrivere i suoi vini, Marilena mette in campo tutta la sua competenza, dai suoi occhi sfugge un lampo di impercettibile malinconia quando rievoca alcuni aneddoti legati alla sua sfera privata, dai contorni abitati da un universo al femminile, da reti parentali solide, da lavori domestici riservati esclusivamente alle signore di casa, come la preparazione dell’estratto di pomodoro, del latte di mandorla, delle conserve dolci e salate e tanto altro ancora, in un recupero della memoria che ha il sentimento dell’infanzia e dei tempi andati. Intanto i piatti preparati da chef Giusy, abbinati alla perfezione ai vini di Marilena, riempiono, in un crescendo di fragranze e gusto, la sala da pranzo, suscitando l’approvazione dei commensali.
In passato, Marilena, fresca di studi e con l’entusiasmo tipico della giovane età, inizia a esplorare i sentieri della vita, avvertendo, ad un certo punto, l’opprimente peso del limite e questo limite si trasforma in fuga dal brillante orizzonte professionale cui era proiettata e nel recupero dei suoi affetti, dei suoi luoghi di origine.

“Da bambina sognavo la carriera diplomatica, ma dopo quindici anni tra studio e lavoro il richiamo della mia Sicilia è stato più forte, tanto da riportarmi a casa senza rimpianti.
Ho abbracciato l’attività agricola della mia famiglia con entusiasmo, affascinata dalla sua storia centenaria e grata per l’eredità che mio padre e mio nonno, prima di lui, mi hanno trasmesso: all’inizio mi sono occupata prevalentemente delle vendite e del marketing, del contatto con i clienti e con gli importatori; poi, dopo la morte di mio padre, ho iniziato a seguire da vicino anche la produzione del vino, che in breve tempo è diventato tutta la mia vita.
Oggi faccio i miei vini a Menfi, e fra un travaso e un imbottigliamento continuo a girare il mondo. E credo che non ci sia miglior ambasciatore del vino per testimoniare la storia, la cultura e la vocazione della mia terra”
aggiunge Marilena.

La famiglia Barbera è presente nel campo enoico da tre generazioni, l’impronta che Marilena ha impresso alla sua produzione è differente rispetto a quella degli uomini che l’hanno preceduta. Scompaginando gli assetti della consuetudine, Marilena consegna le sue viti alla pratica agricola biodinamica e ai processi naturali, riponendo massima attenzione ai delicati equilibri del terroir della zona. I suoi vini parlano la sua stessa lingua, sono sinceri, schietti, privi di quelle forzature omologanti volute dalla moda del momento. Attacchi poetici nel sorso, nei caratteri grafici delle etichette e nelle locuzioni con cui ha tenuto a battesimo le sue bottiglie. “Lu Còri”, “La bambina”, “Dietro le case” e “Coste al vento”, ne costituiscono uno spaccato rappresentativo, una rivoluzione in idee e azioni, istinto e determinazione, un atto di cura verso sé stessa e gli altri.  
L’ultima tessera del mosaico è una pianta di fico che cresce rigogliosa all’interno del cortile dell’albergo gestito da Giusy.

In Mesopotamia, circa undicimila anni fa, ebbe inizio la coltivazione del fico, simbolo di eternità e di abbondanza. Nella letteratura giudaica il fico è segno di pace e prosperità, nel buddismo sta ad indicare l’albero sacro della Bodhi, sotto cui Buddha conobbe la gioia dell’illuminazione. Nell’Islam, il Profeta Muhammad giurò sotto una pianta di fico che, da allora in poi, fu denominato “Albero del Cielo“. Platone considerava l’albero di fico “amico dei filosofi“, consigliando di mangiarne i frutti che, di sicuro, avrebbero rinvigorito l’intelligenza e ridestato la logica. La mitologia greco-romana associa il fico al potere maschile e a Dioniso, dio del vino. Ed è proprio all’albero di fico che viene dedicata la Dimora Siqu, che dal fenicio significa appunto fico, alle sue ricche accezioni e, soprattutto, alla volontà di creare una linea di continuità tra economia, tradizione ed enologia.

Come tutte le circonferenze degne di tale nome, anche questo cerchio si chiude, è arrivata l’ora del congedo, prima di riprendere il cammino verso casa rivolgo un ulteriore sguardo alla campagna circostante, al miracolo compiuto dall’uomo nel binomio di amore e rispetto per Madre Natura, alle mille sfumature di verde, ai tappeti erbosi fitti e lisci come velluto, alle viti bruno-rossastre che tessono impalpabili filigrane in trame di eterea leggerezza, raccontando di popoli lontani e civiltà perdute.
Nonostante le temperature siano ancora piuttosto alte, si riesce a cogliere il riflesso avvolgente che solo la luce di questa parte dell’anno sa regalare.

L’autunno s’è preso i giorni e i colori, i profumi nell’aria si fanno più frizzanti, la vegetazione si concederà un periodo di riposo prima di risvegliarsi al primo sole di primavera, nel ripetersi incessante e autorigenerante del ciclo delle stagioni.
Rincorro i miei pensieri, vagabondi come le nuvole, mentre l’eco del mare mi restituisce i versi di palpitante libertà di Federico Garcia Lorca “Il Sud è questo, una freccia d’oro, senza meta, nel vento”.

Alvice Cartelli
Alvice Cartelli

Donna dai molteplici interessi, si divide tra l’insegnamento e la lettura, la scrittura, la poesia, la pittura. Ama tantissimo la natura e non perde occasione per fare lunghe passeggiate immersa nel silenzio di un bosco o nel fascino di una spiaggia solitaria. Dal 2018 è autrice del blog “Guardo a Sud” dove, oltre alla bellezza della sua Sicilia, descrive luoghi, persone e situazioni accomunati dal rispetto per il Pianeta e la cura dell’ambiente. E’ un’appassionata wine lover e le visite in cantina rappresentano per lei veri viaggi di scoperta da cui trae spunto per costruire storie e originali racconti.

Continuate a leggere i racconti di Alvice sul suo blog

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