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Il Satiro e la sua danza immortale – Cantina Dos Tierras

2022-04-21

La rubrica di Alvice

di Alvice Cartelli

Allāhu Akbar Ašhadu an lā ilāh illā Allāh Ašhadu anna Muḥammad Rasūl Allāh…” il richiamo del muezzin che invita alla preghiera si fonde con il suono delle campane di una chiesa vicina. Il rito si ripete spesso durante il giorno e la polifonia è una melodia insolita che rapisce e lascia attoniti.  In questa parte di mare e di terra, due culture e due religioni convivono da secoli, nel segno del dialogo e del rispetto reciproco.

Siamo a Mazara del Vallo, il più importante porto del Mediterraneo, in provincia di Trapani, città multiculturale, multietnica, vivace crocevia di popoli.  I musulmani d’Ifriqyia, Arabi e, soprattutto, Berberi, vi sbarcarono il 16 giugno 827, risollevando la città dal degrado cui sembrava destinata.  Si ebbe, così, il risveglio economico dell’antica Mazara, che si trasformò nel più grosso centro giuridico della Sicilia e in un importante punto commerciale, artistico e letterario. La popolazione raggiunse i 30.000 abitanti, e la città divenne la seconda del Vallo, dopo Palermo.

L’elemento arabo è ancora presente ed è riuscito a sopravvivere alle dominazioni che si sono susseguite, per lunghi decenni, in tutta l’Isola. Nella Casbah, che corrisponde ai quartieri di San Francesco e della Giudecca, un’esplosione di luce e di vita,  rivalutata da un  progetto di riqualificazione urbana, migliaia di arabi vivono la loro storia di emigrazione. Nelle viuzze e nei cortili la fantasia degli artisti si è liberata in una girandola di  forme e colori, dalle ceramiche alle saracinesche dei negozi, tutto esprime gioia e allegria. 

I bambini per strada giocano a rincorrersi, altri scorrazzano felici, in bici, zigzagando tra i numerosi turisti che osservano, attenti, i decori murali, mentre,  dalle cucine delle case  fuoriescono profumi di spezie e aromi orientali.

Un evento speciale si è verificato a Mazara qualche tempo fa, un ritrovamento che si somma alle migliaia di resti che il mare, generoso, consegna ai pescatori.

Nel 1997 una gamba, quella sinistra, poi ancora mare e lunghi giorni  di attesa.

Il 4 Marzo 1998 il Satiro, privo dell’altra gamba e delle braccia, viene rinvenuto, nelle acque del Canale di Sicilia, ad opera di Francesco Adragna e del suo equipaggio.

Occhi di luce e di nebbie, di silenzi e di risposte mai date, uomini di vento e di mare, di notti stellate, di approdi e di fughe, di addii e di porti sicuri, oggi si inverte la rotta,   si naviga verso  casa, l’uomo di bronzo e di sale è stato issato a bordo, un tesoro che gli dei degli abissi  hanno concesso in dono“.

Tra le lacrime di commozione che rigano i volti dei marinai segnati dal sole, una folla di curiosi lascia spazio ai funzionari della Sovrintendenza che si dirigono con passo sicuro e sguardo soddisfatto, verso il peschereccio Capitan Ciccio e il suo prezioso carico.

Nel 2005, dopo un lungo “ricovero” nell’Istituto Centrale per il Restauro di Roma, il Satiro è stato restituito alla sua danza immortale e ospitato a Mazara del Vallo, presso il  Museo che porta il suo nome, ubicato in Piazza Plebiscito,  ex chiesa di San Egidio, appartenente all’omonima confraternita fondata nel 1384.

Il Satiro danzante, per il quale la scuola di Prassitele ha trovato una delle   massime espressioni scultoree,  ha la chioma fluente e gli occhi persi nel rapimento estatico del ballo e del vino, è colto sul punto di spiccare in volo, in una torsione del busto sulla gamba destra, in fuga dalla colpa e dal destino terreno.  Lo immagino circondato da altri uomini, in un crescendo frenetico ed esasperante di ritmo e  musica, durante  i festeggiamenti in onore del dio Dioniso, nel canto e nel  ballo dove gli uomini si fanno comunità superiore,  cancellando ogni  differenza sociale e  rinsaldando il legame tra uomo e natura.

Nell’ambiente protetto del Museo, è possibile osservarlo da tutte le angolazioni possibili, permettendo ai visitatori di coglierne i particolari e di ammirarlo  nella sue leggiadria.

Se la danza e la musica hanno aspirazioni universalistiche, il vino ne è degno compagno.

Tra le campagne di Petrosino, tra Mazara e Marsala un’altra scoperta, un altro capolavoro, frutto di un progetto tanto ambizioso quanto coraggioso di Pierpaolo Badalucco e di Beatriz De La Iglesia Garcia, il racconto della loro passione per la terra e la campagna.

Pierpaolo, che si era trasferito in Spagna, conosce Beatriz, i due si innamorano e decidono di iniziare la loro vita in comune. Fin qui tutto normale. Ad un certo punto Pierpaolo sente forte il richiamo della sua Isola, lascia il posto “sicuro” per ritornare, nel 2002, in Sicilia insieme a Beatriz e riprendere la coltivazione delle vigne di famiglia, destinate ad un lento e inesorabile processo di degrado dopo la scomparsa del nonno. Ma i due giovani non si accontentano, nel segno del loro connubio,  vogliono creare  un prodotto che rispecchi l’ identità siculo-spagnola e la loro filosofia, attraverso l’incontro di due vitigni, il Nero d’Avola, varietà autoctona e il Tempranillo, varietà tipica della zona della Rioja, nel Nord della Spagna che  significa precoce, infatti matura anche un mese prima rispetto al suo cugino siciliano, il Nero d’Avola.  

Pierpaolo ci accoglie nella cantina che condivide con altri vignaioli, è instancabile nella descrizione dei suoi prodotti, ci fa degustare varie etichette e ci racconta la storia delle sue viti che vengono allevate nel pieno rispetto dei ritmi e dei tempi di attività della pianta, i trattamenti vengono effettuati solo se necessario, e nel rispetto dei principi della biodinamica. La vendemmia viene eseguita manualmente, l’uva raccolta   messa a macerare per 12 giorni a 24°, poi  trasferita in barriques per la fermentazione malolattica e ancora 18 mesi di riposo, nessun lievito aggiunto, solo lieviti naturali,  l’affinamento in bottiglia è di 6-8 mesi. 

All’esame visivo ha un colore rubino, con venature tendente al granata, limpido nonostante non   subisca operazioni di filtraggio.  Al  naso è equilibrato, con sentori di amarena e di ciliegia sciroppata, tabacco e qualche nota, leggera, di liquirizia. Presenta tannini morbidi e la giusta dose di acidità, è setoso e persistente.

Dos Tierras non è semplicemente un vino, è un’idea,  è sacrificio, impegno, dedizione per il lavoro, è incontro di culture e di anime.

Alvice Cartelli

Donna dai molteplici interessi, si divide tra l’insegnamento e la lettura, la scrittura, la poesia, la pittura. Ama tantissimo la natura e non perde occasione per fare lunghe passeggiate immersa nel silenzio di un bosco o nel fascino di una spiaggia solitaria. Dal 2018 è autrice del blog “Guardo a Sud” dove, oltre alla bellezza della sua Sicilia, descrive luoghi, persone e situazioni accomunati dal rispetto per il Pianeta e la cura dell’ambiente. E’ un’appassionata wine lover e le visite in cantina rappresentano per lei veri viaggi di scoperta da cui trae spunto per costruire storie e originali racconti.

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