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Intervista a Isao Miyajima

2022-04-28

In diretta dai mercati internazionali

Quando parliamo di mercato del vino in Giappone ci riferiamo ad un Paese ricco e sofisticato in fatto di gusti e preferenze. I consumatori giapponesi sono infatti decisamente preparati sul tema vino, attenti alla qualità e ben informati sulla varietà dell’offerta di mercato. 

Abbiamo chiesto a Isao Miyajima, considerato tra i più autorevoli giornalisti ed esperti di vino italiano in Giappone, di raccontarci in una breve intervista il suo punto di vista sul mercato. 

La pandemia ha modificato i mercati e le abitudini di consumo in tutti i Paesi del mondo. Quali evidenze sono emerse anche in termini di distribuzione?

Nel corso dell’ultimo biennio, il consumo di vino è stato in prevalenza casalingo a scapito di quei prodotti, come il vino Italiano, notoriamente venduti attraverso il canale della ristorazione. Ricordiamo infatti che a partire dagli anni ’80 la cucina italiana ha suscitato sempre più interesse rispetto a quella transalpina francese, arrivando agli altissimi livelli odierni. Ciò ha permesso al vino italiano di entrare facilmente e molto rapidamente nel mercato giapponese e nel canale della ristorazione.

Nonostante il vino italiano sia stato particolarmente colpito dalla pandemia, molti produttori sono riusciti a reinventarsi ed a conquistare l’interesse dei consumatori giapponesi. Mossa vincente, in questo caso, è stato l’investimento sulla comunicazione e sulla vendita online.

Rimane tuttavia un alto potenziale per il consumo casalingo, settore su cui si deve puntare di più. 

Quali sono i vini italiani maggiormente apprezzati e qual è il grado d’interesse nei confronti delle realtà regionali meno conosciute a livello internazionale?

Sebbene la cucina giapponese si sposi meglio con i vini bianchi, circa il 55% del vino consumato è rosso.

In linea generale possiamo dire che le regioni più conosciute siano la Toscana e la Sicilia, facilitate dal fatto di essere meta di vacanze estive. Anche il Piemonte è molto apprezzato soprattutto per i vini di fascia alta come Barolo e Barbaresco. 

Dobbiamo però tenere in considerazione che sebbene il Giappone sia un mercato di piccole dimensioni, importa tutte le tipologie di vino.  

I consumatori sono curiosi, ricercano informazioni sul prodotto. Questo li rende aperti ad esplorare nuove proposte, a patto che siano comunicate e raccontate in modo adeguato. Un ruolo molto importante nella comunicazione del vino inoltre è ricoperto dai sommelier che vengono visti come un punto di riferimento. Per questo motivo la loro presenza agli eventi con i produttori è sempre molto raccomandabile.

A proposito di eventi, possiamo dire che il formato online abbia aiutato la ripresa del mercato?

In molti casi gli eventi online si sono rivelati anche migliori di quelli in presenza. Infatti, soprattutto per i ristoratori, hanno eliminato tutta una serie di problemi logistici che rendevano difficoltosa la partecipazione agli eventi in presenza, ad esempio lo spostamento con il traffico delle grandi metropoli o la compatibilità con gli orari di servizio. 

Il beneficio è stato percepito soprattutto per i vini di fascia alta. Per questi prodotti le degustazioni online si sono dimostrate particolarmente efficaci poiché hanno consentito la partecipazione all’iniziativa di tutto il personale del ristorante (o enoteca, wine bar etc.) che, a differenza di quanto accade durante gli eventi in presenza, ha avuto la possibilità di condividere la degustazione dei campioni di bottiglie ricevute. Questo aspetto si è rivelato di estrema efficacia.

Quali ostacoli, se ce ne sono, riscontra la diffusione del vino italiano sul mercato e come potrebbero essere superati?

Tutto sta nel trovare la chiave giusta a livello comunicativo: bisogna trovare ciò che faccia muovere e commuovere l’appetito dei consumatori giapponesi. Chi in questi anni ha fatto promozione nel modo corretto, è cresciuto moltissimo. Il vino deve essere buono, certo, ma bisogna trovare quella chiave collegata con l’immagine che i giapponesi dell’Italia.

Un esempio che racconto sempre è quello del successo del Lacryma Christi di 20-30 anni fa. Inizialmente ci fu grande stupore per la quantità di bottiglie che si riusciva a vendere. Poi si capì che la chiave era stata la leggenda secondo cui Gesù, riconoscendo nel Golfo di Napoli il Paradiso rubato, pianse lacrime copiose e dalle sue lacrime nacquero i vigneti del Lacryma Christi. 

Ai consumatori giapponesi non interessa solo quello che sta nel bicchiere, cercano soprattutto la storia che ci sta dietro. 

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